Quel bambino è iperattivo!

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)

Risulta ormai molto frequente per chi si trova a contatto con bambini e ragazzi, specialmente negli ambienti scolastici, sentire adulti ed insegnanti lamentarsi con frasi come “quel bambino è difficile,non si ferma mai” oppure “non riesce proprio mai a stare calmo, in classe disturba sempre” e ancora “distrae tutta la classe, non sta mai attento” ma anche “è troppo vivace, sempre in movimento ma è dolcissimo e intelligente”.

Tali quadri comportamentali possono portare il ragazzo o bambino ad una consultazione dallo specialista che chiarisce ciò che sta succedendo. Si è di fronte alla sindrome chiamata disturbo da deficit di attenzione/iperattività (DDAI), il cui acronimo inglese è ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder).

E’ questo un disturbo particolarmente rilevante in quanto risulta essere uno dei disturbi dell’infanzia e dell’età evolutiva maggiormente segnalati, addirittura il più frequente negli USA in questa fascia di età, e sembrerebbe essere fortemente legato alla cultura della società moderna, basti pensare che se n’è iniziato a parlare solamente dai primi del ‘900.

I bambini con ADHD mostrano un quadro sintomatologico particolarmente evidente che coinvolge in maniera negativa i rapporti sociali (vengono spesso rifiutati da gli altri a causa del loro comportamento ), la carriera scolastica e di conseguenza la futura efficacia del soggetto all’interno della società, nonché della propria vita privata.

 

Il punto di vista Sistemico-Relazionale

L’assunto alla base di tale orientamento teorico è che un ruolo molto importante nello sviluppo e nella crescita sani del bambino è giocato dalla qualità e dalla tipologia delle relazioni e legami che vengono stabiliti all’interno della propria famiglia, nonché dal tipo di modelli di interazione che vengono trasmessi di generazione in generazione.

E’ importante dunque tenere presente il ruolo del sistema-famiglia nella possibile insorgenza di disturbi nel controllo dell’impulsività, e di come agendo in tale sistema sia possibile intervenire in maniera terapeutica per ridurre la sintomatologia del soggetto con disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

Secondo il pensiero sistemico-relazionale qualsiasi comportamento può essere considerato una forma di comunicazione, anche il sintomo stesso: un approccio terapeutico di questo tipo porrà molta attenzione dunque al tipo di comunicazione tra i vari componenti del nucleo familiare del bambino iperattivo e al significato che assume il sintomo all’interno della famiglia (ma anche nel contesto allargato della società con cui si è in contatto).

Il contesto scolastico

Il deficit di disattentivo/iperattivo  è un disturbo che coinvolge in maniera significativa la sfera sociale e relazionale del soggetto e, considerando che parliamo di una patologia che abbraccia una fascia di età dall’infanzia all’adolescenza, riguarderà in maniera notevole la vita scolastica dei soggetti con ADHD.

Ma la scuola non è importante solamente in quanto una delle aree maggiormente inficiate dalla patologia, quanto anche per essere un ambiente in cui più sottosistemi vengono in contatto tra loro, nonché uno dei luoghi più significativi nella vita di ogni bambino nella società moderna.

Infatti “…la sfida cognitiva e motivazionale più impegnativa che i bambini si trovano a dover affrontare nella loro crescita riguarda l’acquisizione delle competenze scolastiche. Questa difficile impresa…li impegna per la maggior parte del tempo in cui sono svegli fino al raggiungimento dell’età adulta. Essa è pubblica, competitiva e definisce l’immagine di sé, nel senso che i voti scolastici predeterminano  reazioni degli altri (corsivo aggiunto)…Il loro senso di autoefficacia e la loro determinazione…costituiscono le principali determinanti personali del successo finale” (Bandura, 1996, p. 239).

L’ambiente scolastico, o meglio, il sistema-scuola o contesto scolastico, è un terreno in cui diverse dinamiche relazionali prendono vita. E’ un luogo di regole e limiti, di formazione ed educazione, in cui il sistema familiare si intreccia con la società, in cui l’individualità necessariamente viene a confrontarsi con l’ambiente esterno, con gli altri (che possono essere il gruppo dei pari o gli adulti del corpo docenti), in una nuova dimensione relazionale interpersonale.

Qualche nozione teorica

Come suggerito da Freud (1922) o Melanie Klain, ma anche da altri  autori come Khout (1971), Winnicott (1957, 1971), sono le relazioni interpersonali (con le figure genitoriali inizialmente, e poi con tutti i soggetti significativi con cui si entrerà in contatto nel corso della vita) a determinare in maniera significativa lo sviluppo delle strutture psichiche di ciascun individuo, e la qualità e integrità di strutture come l’Io o il Sé determineranno la capacità di un soggetto di fronteggiare adeguatamente gli eventi della vita, di saper apprendere dall’esperienza e di pianificare e controllare il proprio comportamento e le proprie azioni.

Secondo gli esponenti delle Teorie Sistemico-Familiari, come Satir, Bowen, Minuchin, è importantissimo, per ottenere una conoscenza maggiore e comprendere cause e potenziali fattori protettivi di un disturbo psicologico, considerare l’individuo come elemento di un sistema in relazione sia con altri elementi del sistema stesso che con altri sistemi e sottosistemi.

Genetica e ambiente

La vulnerabilità a disturbi quali l’ADHD può essere controllata dalla genetica, ma l’espressione del disturbo potrebbe invece essere provocata da stress ambientali o da una vita familiare caotica (Becker e McCloskey, 2002).

“Il sistema familiare costituisce per l’individuo il principale contesto di apprendimento dei comportamenti, del pensiero e dei sentimenti” (Satir, 1973, p.51).

L’utilità delle relazioni sociali

Questi ragazzi spesso sono esclusi dal gruppo dei pari, vengono rifiutati, scansati, evitati. Nei contesti di gioco e competizione quali le attività sportive tra coetanei sono mal visti e spesso si trovano coinvolti in liti e zuffe, in quanto non riescono a rispettare i ruoli assegnati loro, oppure a causa della loro eccessiva e mal regolata attività motoria, con gravi conseguenze sulla propria autostima e sul proprio umore.

I soggetti con ADHD falliscono continuamente nell’autocontrollo, sono sbadati, irrequieti, rumorosi, goffi nei movimenti, incapaci di portare a termine qualsiasi attività o di seguire qualunque regola; hanno inoltre uno scarso controllo sull’intensità della propria voce e della gestualità, caratteristiche queste che compromettono notevolmente le loro performance in situazioni di aggregazione sociale quali partite di calcio tra amici, o attività di gioco di gruppo (Mariani, 2005).

Il gruppo dei pari, la società in cui siamo inseriti, riveste un ruolo importantissimo per l’individuo. Dal gruppo e dall’interazione con esso traiamo notevoli benefici, e lo sviluppo della nostra personalità non può essere considerato al di fuori delle relazioni interpersonali che vengono via via ingaggiate nel corso della vita.

All’interno del gruppo avvengono fenomeni quali il rispecchiamento, l’identificazione, di fondamentale importanza per lo sviluppo sano di ogni individuo (Neri, 1995).

E’ stato dimostrato che l’esclusione sociale può condurre gli individui a deficit nell’autoregolazione e a problemi circa il mantenimento dell’attenzione. Le persone rifiutate dal gruppo dei pari tendono a manifestare, molto più delle persone socialmente accettate, dei comportamenti aggressivi, sono soggetti a difficoltà nel ragionamento logico, mostrano una percezione distorta del tempo, e presentano percentuali più alte di comportamenti rischiosi e scelte non ragionate (Baumeister et all., 2005).

Bibliografia

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