“…perchè domani non è ancora arrivato,
e ieri è già fuggito…
…tutto ciò che abbiamo è oggi…”
Il pensiero è senza dubbio una delle capacità che ha permesso all’essere umano di evolversi e svilupparsi in modo affascinante, emergendo e distinguendosi dagli altri esseri viventi. Per citare Ennio Flaiano, “l’uomo è un animale pensante, e quando pensa non può essere che in alto”. La coscienza e la memoria degli eventi passati ci ha permesso di non ripetere gli stessi errori, di apprendere da essi e di migliorarci, e la capacità di pensare al futuro ha permesso di pianificare, creare, inventare, e proteggerci da conseguenze negative.
Tuttavia può capitare che proprio questa capacità così elevata e complessa, possa in un certo senso essere causa di disagio e difficoltà. Il pensiero è uno strumento utilissimo, ma come ogni strumento, bisogna imparare a riporlo quando non se ne ha bisogno.
La vita moderna e l’evoluzione tecnologica e culturale di oggi impongono agli individui ritmi frenetici, impegni sovrapposti, preoccupazioni molteplici. E’ sempre più difficile distinguere la vita privata da quella lavorativa, in quanto i confini tra queste diventano progressivamente più diffusi e sfumati. Si può arrivare al punto in cui si è sempre al telefono, sempre a leggere e inviare e-mail e messaggi, si sta sempre reagendo a qualche stimolo e tutto il tempo è dedicato al fare, e non all’essere. L’uomo di oggi va sempre di fretta, preoccupato delle mille scadenze o insicuro e spaventato dal futuro. Oppure è addolorato per quello che è stato, per eventi passati, vivendo di rimpianti.
Molto spesso quindi può accadere che con i nostri pensieri ci troviamo nel passato, nel futuro, altrove, o nella mente delle altre persone, trascurando e tralasciando il “luogo” più importante di tutti e il più autentico: il momento presente.
Sia la preoccupazione per il futuro, che il rimpiangere il passato, possono assumere livelli di intensità talmente elevati da risultare disfunzionali per le persone, alimentando il senso di angoscia e i livelli di stress. Si parla in questi casi di rimuginio nel primo caso, e ruminazione nel secondo.
O viviamo proiettati nel futuro, preoccupati di cosa dovremmo fare, o viviamo proiettati nel passato, preoccupati per cosa avremmo potuto fare. In un certo senso siamo intrappolati nel passato e nel futuro, non vivendo l’istante presente, reale, vero.
E in fondo, a pensarci bene, il passato e il futuro non sono altro che illusioni, sono solo nella nostra mente! Un modo per riappropriarsi della serenità, sarebbe quello di riuscire a vivere i propri stati mentali come stati mentali e non come “fatti” (es. “il pensiero non è un fatto né sono io”).
Ma perché tendiamo ad essere attratti da eventi o pensieri negativi?
La mente tende a soffermarsi su pensieri negativi piuttosto che su cose positive, tendenzialmente sono gli eventi avversi quelli su cui in modo automatico tende a soffermarsi la nostra attenzione. Questo non è dovuto a chissà quale meccanismo masochistico, bensì è frutto del nostro passato di uomini delle caverne, un lascito di un tempo arcaico in cui l’ambiente era ostile e i pericoli potevano rappresentare minacce dirette alla vita, e la sopravvivenza era legata fortemente al meccanismo di attacco o fuga (un meccanismo che imponeva un intenso stato d’allerta e vigilanza, e una risposta d’azione immediata e urgente). In un tale ambiente aveva molto più senso rivolgere in maniera consistente l’attenzione ad eventi potenzialmente pericolosi proprio perché ipoteticamente dannosi, piuttosto che soffermarsi su eventi e situazioni chiaramente più piacevoli o benevole. Erano i pericoli a dover essere previsti e dai quali ci si doveva guardare il più possibile, perché erano i pericoli a minacciare direttamente la sopravvivenza dei nostri antenati. L’impronta insolita di uno strano animale generava ansia e apprensione perché riferita ad una potenziale minaccia attiva (poteva trattarsi dell’orma di un predatore), e dunque richiedeva una forte attivazione cognitiva nell’individuo, protratta nel tempo, al fine di scongiurare l’estremo pericolo.
Da qui la tendenza della mente, in un certo senso, a pescare nel marcio. Una possibile strategia per rompere questo circolo vizioso ci viene suggerita da una particolare pratica psicologica le cui origini risalgono a più di 2500 anni fa: la Mindfulness.
Cos’è la Mindfulness?
La mindfulness è una antica pratica meditativa della tradizione orientale buddista (meditazione vipassana). Il termine mindfulness deriva dalla parola “Sati” della lingua liturgica indiana Pali, la cui traduzione significa “ricordarsi”, nel senso di “tenere bene a mente”, in modo più specifico “tenere bene a mente di portare l’attenzione al momento presente”.
Tale tecnica è definita come “il processo di prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, in maniera non giudicante, allo scorrere dell’esperienza nel presente momento dopo momento”(Kabat-Zinn, 1994), “la consapevolezza che emerge dal porre attenzione al momento presente sospendendo il giudizio” (Kabat-Zinn, 2003). La capacità di raggiungere una visione chiara e accettante dei propri pensieri, emozioni, sensazioni e azioni insieme alle loro conseguenze momento dopo momento si addestra quindi attraverso tecniche di meditazione, incentrate sul fermarsi (rispetto alla frenesia della vita quotidiana intesa anche come vita mentale) e non fare, bloccando gli automatismi di pensiero e comportamentali, sospendendo il giudizio e lasciando andare, e quindi di conseguenza accettando il momento attuale interno ed esterno, accettando la propria situazione.
Essere nell’istante presente e diventare osservatori e testimoni consapevoli di ciò che accade nella nostra mente e dentro di noi a livello emotivo, migliora la nostra capacità decisionale, ci fa sentire più capaci, aumentando l’autostima.
Pratica formale e informale
A differenza di altre tecniche di meditazione, l’obbiettivo della Mindfulness non è il raggiungimento di uno stato di trance o di astrazione dalla realtà, bensì una maggiore consapevolezza e accettazione di sé stessi, dei propri stati mentali e fisici e del mondo in cui si vive: una vigile consapevolezza del momento presente! E’ considerata una meditazione di consapevolezza profonda (insight meditation). Qualunque cosa accada, viene osservata così com’è nella sua natura provvisoria, effimera, di continuo flusso, permettendoci di arrivare ad una comprensione più profonda della nostra vita e dell’origine del nostro disagio o della nostra sofferenza.
In questo modo è possibile rompere la tendenza a reagire agli stimoli e agli eventi in modo inconsapevole. Se è vero che può essere difficile agire sulle forze esterne che creano pressioni su di noi, è altresì vero che abbiamo invece un ampio spazio di manovra nel modo in cui rispondiamo a questi stimoli. Per fare ciò è necessario essere in contatto con quello che accade, nel momento presente.
Esistono fondamentalmente due modalità di praticare la Mindfulness. La pratica formale e la pratica informale. La prima consiste in una meditazione esercitata in un tempo prestabilito, un inizio e una fine, con delle istruzioni chiare e definite da seguire. Le più note sono il Body Scan, la meditazione seduta (focalizzata sul respiro ad esempio) e la meditazione camminata. La seconda si riferisce invece al trasformare in momenti di consapevolezza i vari momenti e le varie attività quotidiane. In questo caso qualsiasi momento può diventare una esperienza mindfulness: dal prepararsi un caffè al lavarsi i denti, dal conversare con un amico alla passeggiata al parco.